Dalla sezione Mobbing - Burnout di Orizzonte Scuola

La mia storia di maestra “flambè”.

14 maggio 2004 - di A. M.

Premessa introduttiva
Ho cominciato ad insegnare a vent’anni: vinto il primo ed unico concorso, sono entrata di ruolo nella scuola elementare, isola felice del sistema scolastico italiano! L’entusiasmo è sempre stato la caratteristica del mio essere maestra: stupore e meraviglia di fronte alla realtà mi hanno accompagnato nell’ affascinante avventura scolastica insieme ai bambini che la Provvidenza mi faceva incontrare e con i quali ho vissuto quasi trent’anni della mia vita.
Non ho conosciuto molte scuole: dopo qualche anno di "servizio militare" fuori Milano, un paese che raggiungevo con le ferrovie Nord, ho chiesto ed ottenuto il trasferimento per avvicinamento al coniuge. Avevo 24 anni quando sono giunta, a mia insaputa, nella scuola più bella del mondo!
Il giovane direttore arrivava in bicicletta come me: mi ha fatto da padre per vent'anni. Infatti il mio era morto travolto da un camion quando ne avevo 17 e a quell'età desideravo diventare hostess…Tutti sapevano che la scuola del dott. E.M. era faticosa perché il Capo pretendeva molto, chi chiedeva la nostra sede era presto messo al corrente del rischio; la maggior parte si è sempre dichiarata soddisfatta. Il Direttore sapeva ascoltare tutti!
La fama di scuola modello si era diffusa per l'intera Città ed anche dall'hinterland arrivavano"utenti", gli iscritti aumentavano ogni anno. Gli insegnanti poco motivati scappavano e quelli che non avevano voglia di lavorare venivano invogliati ad andarsene con stratagemmi molto intelligenti. Scuola selettiva? Forse, ma i nostri ragazzi emergevano sia alle medie, sia alle superiori e molti anche all'Università.
La comunità scolastica, compresi i commessi -ex bidelli- e la segreteria, funzionava a meraviglia: accoglienza ed efficienza si fondevano armoniosamente e le famiglie collaboravano volentieri a tutte le iniziative "sacrificando" serate di intenso lavoro a scuola per preparare feste insieme agli insegnanti, in un clima che non dimenticherò facilmente.
Devo ammettere che per vent' anni la scuola è stata la mia grande famiglia: mio marito accettava volentieri -un paio di divorzi rischiati- e scherzava coi ragazzi, ormai i figli erano cresciuti; la scuola era la mia seconda casa e le varie attività sempre gratificanti. Tutto ciò che facevo, anche gratis, era per mia soddisfazione, non per generica dedizione all'Istituzione!
L'orchestra scolastica, accordati gli strumenti nell'ascolto reciproco, suonava una gradevole melodia che piacevolmente udiva chi entrava anche una sola volta…

Orfana per la seconda volta
Purtroppo però "tutto scorre" e, con gran dispiacere della famiglia scolastica, si dovette fare a meno del Nostro Direttore, la cui presenza era stata determinante nella quotidianità del lavoro di ognuno. Quando ciò accadde, cinque anni fa, terminavo la V di un ciclo difficile: un bimbo Down molto simpatico e un ipercinetico, logorroico, figlio di un carcerato e di una "santa donna".
Da anni ormai ero costretta al tempo pieno, infatti la "vecchia scuola" del mattino, qui a Milano, era definitivamente tramontata e i genitori chiedevano di lasciare i loro figli l'intera giornata. Non tutte le mamme lavoravano, ma la buona nomea della scuola, dotata di laboratori e palestre, aveva convertito anche le poche casalinghe alla scelta migliore; sopra la testa dei numerosi bambini incapaci di reggere le otto se non dieci ore, comprensive di pre e post scuola, dalle 7,30 alle 17,30!
Dal Centro V., messi a conoscenza delle nostre valorose performances, ci arrivò DT, il caso più grave dell'annata. Il nuovo Direttore ci coprì di attenzioni, ma la bambina aveva due anni di testa e si comportava come tale…Sarebbe bastato lasciarla a scuola un po' meno, riprenderla al termine del gioco pomeridiano alle 14,30! Ma no! I diritti acquisiti in Italia, terra ospitale, non si discutono: peccato che le ins. di sostegno "coprivano"solo 20 ore settimanali su 40 della sua permanenza a scuola! Stando insieme agli altri, la bambina indubbiamente aveva acquisito una migliore autonomia nella deambulazione, ma a volte i compagni lamentavano i suoi morsi.
Infatti l'alunna BC, a seguito di un morso sul braccio, "conquistato" repentinamente alla presenza della supplente, si è trasferita a malincuore in una scuola privata in IV e mi chiedo se l'inserimento di bambini disabili gravi non sia per caso da riorganizzare in modo più rispettoso dei diritti di tutti, anche dei bambini "normali"?! Ho letto che nel resto d'Europa la legislazione è molto diversa, perché non far tesoro delle positive esperienze di Stati decisamente più avanzati di noi?
Da sei anni lavoravo con la stessa collega alla quale avevo dovuto fare da tutor qualche anno prima: aveva solo tre anni meno di me e proveniva da altra scuola. Scoprii che aveva serbato invidia nei miei confronti a causa del tutoraggio coatto e appena potè me la fece pagare…
E pensare che durante le settimane di Scuola Natura, al mare o in montagna, condividevamo come sorelle, oltre alla stanza, gioie e dolori, soddisfazioni e inquietudini dei nostri bambini che praticamente crescevano con noi.
Arrivate però quasi alla meta, avevamo finito col capirci poco e ci confrontavamo ancora meno sulle fatiche di una classe sempre più difficile di altre: ognuna aveva il "suo programma" e il tempo per parlare non c'era quasi mai. O forse non sapevamo trovarlo, ora ne sono convinta. Lei si occupava di lingua italiana e storia, io di matematica e scienze, punto.
Ricordo di aver cominciato a perdere un po' di grinta dopo l'inserimento di ben due bimbi Rom in seconda; al termine dell'anno però il Direttore ne "spostò" uno nell'altro plesso per giustizia. Naturalmente ci lasciò il più problematico che cresceva secondo la propria cultura…
In terza arrivò un nuovo Preside di scuola media che ci fece ritrovare l'armonia di un tempo ma, nonostante chiedesse di restare, venne sostituito da un Dirigente che già al primo Collegio ci informò dei "suoi guai" nella la precedente scuola, articoli di giornale compresi.
Il Dirigente Scolastico è responsabile di tutto ciò che accade nella scuola, compreso quello che probabilmente nemmeno sapeva.
Sicchè il malcapitato, peripatetico e inquieto riuscì in pochi mesi:
- a mettere in agitazione la segreteria che non sopportava più ins. tra i piedi,
- a rendere definitivamente inefficienti i pochi commessi che ancora si salvavano,
- a moltiplicare le assenze degli ins. -soprattutto di sostegno- senza supplenti fino a 5 gg. di malattia: provare per credere!
- a vanificare il lavoro del precedente Preside che era riuscito a ricomporre un "clima di ascolto positivo e accogliente" tra famiglia e scuola,
- a far scappare letteralmente alcuni collaboratori davvero meritevoli che preferirono chiudersi nelle proprie aule.

Solitudine
Cominciai a sperimentare la mancanza di forze già all'inizio della V e come se non bastasse TD, il nomade ormai dodicenne e alquanto navigato, a tavola raccontava certe esperienze coi fratelli maggiori nei vari locali…Mi derideva e spesso minacciava anche i compagni, -magari scherzava- ma io avevo paura ad andare a scuola, ogni giorno mi sforzavo di non pensarci e tornavo più amareggiata; era notevolmente "cresciuto" e più grande rispetto agli altri maschietti ancora bambini.
Soffrivo da anni di terribili mal di schiena: una grossa protusione pareva la causa di tutto. Assumevo ormai da mesi Voltaren retard che funzionava come droga quotidiana; probabilmente mi "dopavo" quasi come i ciclisti. Credevo di avere l'Alzheimer, non so più per quale sintomo.
A casa non sapevano più cosa pensare: mio marito da tempo mi consigliava di assentarmi per un lungo periodo, ma c'erano gli altri bambini e anche lui capiva che non era facile. I miei figli mi vedevano quasi sempre sdraiata col cuscino sotto la schiena e reagivano malamente quando constatavano che ero andata comunque a scuola; la solita fanatica, non ti daranno la medaglia, nessuno è indispensabile, pensa a curarti ci sono le supplenti, lascia che si arrangi il Direttore e via discorrendo.
Ma io volevo nascondermi e desideravo la solitudine più di ogni altra cosa, non dormivo quasi più per le sopraggiunte "scalmane", per la serie i guai non arrivano mai da soli.
Mio figlio aveva persino portato a casa una micina per rimettermi in sesto con la pet terapy. In qualche modo cercava di consolarmi, ma la vita non aveva più senso e il Capo mi chiedeva di "tirare avanti ancora un po'".
Impossibile anche comunicare col Padreterno a chi affidare le mie difficoltà? L'ultimo sforzo, andare in Provveditorato e dire a qualcuno che non ce la facevo più e temevo il peggio anche in automobile per gli attacchi di panico improvvisi. Pioveva e il cuore era a pezzi per la vergogna di esternare simili pensieri, una maestra! L'incaricata mi suggerì di chiedere la Visita Collegiale?!
Non ero mai stata in crisi come allora e la signorina me l'aveva letto negli occhi. Anche se non capii scrissi tutto e in segreteria compilai la domanda sotto lo sguardo attonito di chi mi conosceva da una vita.
Riuscii a ricominciare la scuola dopo le vacanze di Natale: avevo organizzato da mesi l'uscita al Planetario che in V è fondamentale per affascinare i ragazzi all'Astronomia, scienza antica come il mondo; suscita emozioni incredibili la volta celeste in movimento: guadare le stelle e chiedersi come il Pastore errante dell'Asia "…a che tante facelle?" Domande esistenziali di una maestra che non avrebbe accompagnato i suoi scolari agli esami con la morte nel cuore e gli occhi pieni di lacrime…

Epilogo
Di lì a pochi giorni, la Visita Collegiale: cosa potevano capire sette medici sempre chiusi in un luogo così freddo?! Continuavo ad andare a scuola per forza d'inerzia, per terminare il programma, per i miei scolari che, a volte, si accorgevano degli occhi lucidi della maestra Anna…bastava poco per sentire il nodo alla gola e a stento trattenevo le lacrime.
Il loro affetto ed anche la riconoscenza di tanti genitori, mi sostenevano, non era il caso di assentarmi. Andavo bene così, un po' più triste del solito, ma pur sempre laboriosa e attenta ai loro progressi, pronta a farli giocare in palestra o in giardino, se solo non pioveva! "Le supplenti ci tengono sempre seduti durante la ricreazione!" Questi i miei pensieri prima di entrare a dire che? Da che parte cominciare, perché ero lì?!
Ma avevo sottovalutato la componente umana dei medici che invece dimostrarono di capire benissimo e mi invitarono a tornare: il problema non era solamente fisico, c'era dell'altro da curare! Dovevo solo sentirmelo dire da un'estranea, la dottoressa presidente di Commissione suppongo, aveva colto in poche battute il vero disturbo: la depressione.
Svuotai il sacco col neurologo amico di famiglia e molto paterno. Mi conosceva da anni e sapeva che ero piuttosto forte di carattere, spalle larghe, niente mi scoraggiava. Con lui ho sempre "lavorato" per arginare la pressione materna e lasciar vivere in pace mio fratello e la sua famiglia. Ma quella volta dovette darmi antidepressivi e ansiolitici, ormai ne avevo bisogno: avevo toccato il fondo non c'era dubbio, mi ero accorta di non essere più la stessa, non era solo questione di età.
Il mondo era tutto più grigio e la maestra sorridente che tutti conoscevano, dov'era finita? Perché nulla aveva più senso, ovunque mi sentivo un' estranea e provavo tanta vergogna?
Andai alla seconda Visita e questa volta il dott. Lodolo D'Oria non mi chiese più di "stringere i denti" anzi, forse per consolarmi, mi diede "Il sole 24 ore" che riportava il suo Studio Getsemani. Non ero l'unica ins. in crisi e la lettura mi confortò! Anche il Maestro, nell' orto degli ulivi, si era sentito solo, abbandonato da tutti, in preda all'angoscia proprio come me. Quell'incipit, all'inizio di uno studio scientifico, mi fece decidere a scrivergli per ringraziarlo.
Mi rispose invitandomi al suo Corso FSE di Prevenzione del burnout degli ins.: se già dopo tre mesi potei gradualmente diminuire i farmaci fino ad annullarli, è senz'altro merito di partecipanti e relatori di quel Corso che mi fecero ritrovare la gioia di vivere e studiare per l'esame!
Attualmente sono in pensione e, confortata dal placet dell'oracolo-così mio marito chiama il neurologo- ho deciso di impegnarmi nella diffusione della ricerca del medico INPDAP Città di Milano. Da quanto apprendo molti ins. stanno attraversando proprio ciò che è già accaduto a me.
Anche la Formazione dei nuovi docenti non può più prescindere da quest'aspetto e la psicologa M.B., conosciuta al Corso, mi ha coinvolta in una lezione alla Bicocca in qualità di esperta, libera di decidere se raccontare o meno la mia amara esperienza. I numerosi neolaureati, già superata la SSIS, hanno dimostrato interesse intervenendo con numerose domande ed ora mi scrivono mail.
Non avevo mai pensato di scrivere la mia storia, ma ora capisco che mi piacerebbe scambiarla con altri che stanno provando lo sconforto che, purtroppo, conosco bene: sentirsi ormai inutili e soli, non riuscire più a comunicare, detestare la professione che prima amavi tanto!
Ho imparato che occorre chiedere aiuto al momento opportuno prima di precipitare! Sono consapevole che se anche la mia emotività è ormai definitivamente compromessa, ciò che è invece cresciuta è la carica umana, la determinazione a non perdere l'occasione per dichiarare che la sconfitta…col tempo, mi ha resa più attenta e partecipe dell'esperienza di altri "bruciati" come me.

La vecchia anfora di Guglielmo Campione
Ogni giorno, un contadino portava l'acqua della sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell'asino, che gli trotterellava accanto.
Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio perdeva acqua.
L'altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne nemmeno una goccia. L'anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l'anfora nuova non perdeva occasione di far notare la sua perfezione:
" Non perdo neanche una stilla d'acqua, io!".
Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone:
"Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite."
Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all'anfora screpolata e le disse:
"Guarda il bordo della strada".
"Ma è bellissimo! Tutto pieno di fiori!" rispose l'anfora.
"Hai visto? E tutto questo solo grazie a te!" disse il padrone.
"Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo tu li innaffi ogni giorno". La vecchia anfora non lo disse mai a nessuno, ma quel giorno si sentì morire di gioia. Siamo tutti pieni di ferite e screpolature, ma se lo vogliamo possiamo fare meraviglie con le nostre imperfezioni.