I LAGHI DI FARO E
GANZIRRI
Premessa
Con il provvedimento declaratorio n.
1342/88 del 19.07.’88 i due laghi ubicati nel territorio comunale di Messina,
denominati “di Ganzirri” o “Pantano Grande” e “del Faro” o
“Pantano piccolo”, individuati catastalmente al foglio di mappa 47, part.lla
496 ed al foglio di mappa 45, part.lle 838 (all. A) e 839 (all. B) del Comune di
Messina, di proprietà del Demanio dello Stato- Ramo Marina Mercantile, sono
stati dichiarati beni d’interesse etno-antropologico particolarmente
importante ai sensi e per gli effetti del combinato disposto di cui agli artt. 1
e 4 della legge 1.6.1939 n. 1089 (ora artt. 1, 2 e 5 del T.U. approvato con D.
Lgs. 29 ottobre 1999 n. 490) e art. 2 della L.R. 1.8.1977 n. 80, in quanto sedi
di attività lavorative e produttive tradizionali connesse alla molluschicultura
(mitilicultura e tellinicultura)
che rappresentano nel loro complesso un prezioso esotratto della cultura
tradizionale nella provincia e nel territorio della città di Messina.
In forza di tale provvedimento i due
specchi lacustri, e le attività tradizionali che in essi si esercitano, sono
considerati beni etno-antropologici dei quali occorre assicurare la tutela al
fine di garantire l’identità e la memoria storica di un’attività che da
circa tre secoli ha connotato l’economia e la cultura della zona di Capo
Peloro. 

E’ stato pertanto fatto divieto di
deturpare o modificare l’assetto delle zone lacustri con installazioni ed
attività di qualsiasi genere senza l’autorizzazione prescritta dall’art. 11
della citata legge 1089/39. E’ stato fatto comunque obbligo, ai proprietari
dei beni (leggi Capitaneria di Porto) ed a chiunque ne abbia il possesso o la
detenzione a qualsiasi titolo, di sottoporre alla competente Soprintendenza i
progetti di eventuali opere che intendessero eseguire nelle aree tutelate, al
fine di ottenere la preventiva autorizzazione. Soltanto nei casi di assoluta
urgenza è stata riconosciuta la possibilità di eseguire lavori provvisori
indispensabili per evitare danni materiali alle aree sottoposte a tutela, purché
ne venisse data immediata comunicazione alla Soprintendenza competente, alla
quale avrebbero dovuto essere tempestivamente trasmessi i progetti definitivi
per la relativa approvazione. Con il provvedimento testé citato l’attività
tradizionale della molluschicultura è stata dunque riconosciuta bene
etno-antropologico da tutelare e di cui assicurare il mantenimento con le
caratteristiche e le modalità che
ne connotano l’assetto tradizionale, ancorché tale attività sia stata in
alcuni periodi (attualmente, nel lago di Ganzirri) inibita e vietata dalle
autorità competenti per motivi igienico-sanitari; il provvedimento di tutela,
pur prendendo atto di tale situazione di degrado, sottolinea che tale divieto (di esercizio della molluschicultura) può
comunque essere ragionevolmente considerato temporaneo, in quanto con mutate e
migliori condizioni igienico-sanitarie dei laghi (.....) l’attività della
molluschicultura appare come l’unica compatibile con l’ecosistema che nei
laghi si rappresenta...
Notizie
storiche e geo-morfologiche
Il lago di Ganzirri, distante circa 9 Km.
Dal centro di Messina, presenta le seguenti caratteristiche geo-morfologiche:
altitudine a livello del mare; superficie mq. 338.400, forma allungata nel senso
S.O.-N.E. con asse maggiore misurante mt. 1670 ca., larghezza massima mt. 282
minima mt. 94, profondità massima mt. 6,50.
Il toponimo Ganzirri
deriva probabilmente dall’arabo Gadir
(stagno, palude). Tale etimo appare verosimile, dato che nell’antichità
l’intera zona dei laghi era paludosa, e solo con i primi stanziamenti e la
creazione di nuclei abitativi stabili si determinò una progressiva bonifica del
territorio.
Il livello del lago non è stabile; esso
infatti s’innalza con la cosiddetta “inchitura”,
sensibilmente parallela alla fase della corrente montante dello stretto, e si
deprime invece con la “mancatura”
o “secchezza”, pure parallela alla
fase della corrente scendente dello stretto.
Le acque del lago sono in comunicazione
con il mare adiacente per mezzo di canali, alcuni fatti costruire dagli Inglesi
intorno al 1830, il primo dei quali, il canale Catuso,
è coperto e si trova situato nella zona sud del lago, mentre il secondo,
denominato Carmine o Due
Torri, è scoperto e si trova quasi al confine nord del lago; un terzo
canale, scavato in contrada Margi, collega il lago di Ganzirri con quello di
Faro.
Il lago di Faro (Lago Piccolo) è più ridotto ed è situato più a nord rispetto a
quello di Ganzirri o Lago Grande; esso
si trova cioè più vicino al Capo Peloro; quest’ultimo sarebbe stato in
origine fortificato dagli Zanclei, antichi abitatori di Messina, e dotato di un
faro a fiaccole (fani) che serviva da
guida notturna per i naviganti.
Il toponimo di Faro potrebbe trovare qui
una sua spiegazione; già nel 1543 Francesco Maurolico denominava gli abitanti
della zona come “abitanti sotto il nome del Faro”. D’altra parte Domenico
Puzzolo Sigillo (1927) ritenne di poter attribuire l’origine del toponimo alla
parola pòros, passaggio (cfr.
Bosforo), stretto di mare, che dunque si riferiva all’intero tratto costiero
messinese antistante la Calabria e, in senso proprio, al tratto di mare che
separa le due terre.
Il lago presenta i seguenti tratti
geo-morfologici: altitudine a livello del mare, superficie mq 263.600, forma
quasi circolare col diametro maggiore nel senso N.O.-S.E. di mt. 660 ca.,
profondità massima mt. 28.
Il lago comunica con il Mar Tirreno
attraverso il “Canale degli Inglesi”
e con lo stretto di Messina attraverso il cosiddetto “Canale
Faro” o “Canalone”.
In passato i laghi sarebbero stati tre,
come asseriscono, tra gli altri, Diodoro Siculo e Solino, e come dopo essi
sostennero parecchi autori, da Cluverio a La Farina.
Il terzo lago, situato tra i due laghi di
Ganzirri e del Faro e denominato “Margi”,
o “Marga” o “Maggi”, costituiva una palude pestifera più che un vero e proprio
specchio d’acqua, al centro della quale secondo gli antichi sorgeva una
postazione sacra dedicata al dio Nettuno, poi inabissatasi per sconvolgimenti
tellurici.
Non si hanno dati storici attendibili
riguardanti la fondazione dei due villaggi di Ganzirri e di Faro. Da una notizia
riportata da Caio Domenico Gallo nei suoi “Annali” si desume che il
villaggio di Faro esistesse già nel 1500. L’impianto di un agglomerato
stabile di persone sulla riviera nord di Messina, a causa delle non infrequenti
incursioni piratesche e della difficoltà di difendere le coste, deve risalire a
pochi secoli or sono, e non è pertanto improbabile che i primi nuclei dei due
villaggi consistessero in strutture di tipo lavorativo-produttivo (piccoli
cantieri navali, magazzini per la salagione del pescato etc.) piuttosto che di
tipo abitativo-residenziale.
Francesco Maurolico spiega la formazione
dei nuclei urbani in prossimità del Capo Peloro con la prospettiva di un sicuro
guadagno per mezzo dello sfruttamento dei laghi, o delle vicine saline. Pare
verosimile che i primi stanziamenti consistessero in miseri abituri sparsi nelle
campagne circostanti i due laghi, come emerge da una cronaca del terremoto del
1783 riportata negli “Annali” di
Gaetano Oliva (1892).
Vicende
sulla controversia relativa all’attribuzione
del
diritto di proprietà sui Laghi
Varie e complesse sono le vicende
concernenti il diritto di proprietà sui laghi. Essi, come laghi salmastri,
fanno parte del Demanio dello Stato (ramo marittimo), ma gli abitanti dei due
villaggi vantano un diritto di molluschicultura, ad essi spettante per antica
consuetudine.
Il Re delle Due Sicilie infatti, fin dal
1791, concesse gratuitamente il diritto privato di pesca al barone Giuseppe
Gregorio, il quale si obbligò di tenere limpida l’acqua dei laghi,
ripulendola delle erbe che la rendevano limacciosa. In seguito a tale
concessione, nel 1800 il barone Gregorio chiese ed ottenne il permesso di
costruire un canale di comunicazione del lago di Ganzirri col mare, per
aumentare il prodotto della pesca e migliorare le condizioni igieniche dei
laghi.
Il canale, completato nel 1807, venne
chiamato dai locali col nome di “Catuso”.
La concessione gratuita fu trasformata più tardi (1807) in enfiteusi, sempre a
favore del barone Gregorio, con un canone annuo di tre onze; il barone assunse
gli obblighi di continuare le opere relative al canale, di purgare a proprie
spese il lago grande, di non pescare nei modi proibiti dalla Deputazione della
Salute, di immettere nei laghi nuovi semi per l’aumento delle pescagioni,
impiegando per tutte queste opere gli abitanti dei due villaggi, ai quali veniva
accordata la terza parte di tutto il pescato.
Essendo venuto meno l’enfiteuta ad
alcuni degli obblighi assunti, il Regio Erario, con atti che vanno dal 1826 al
1839, intentò causa agli eredi Gregorio per farli decadere dall’enfiteusi. Ma
prima che fossero eseguite le perizie sullo stato dei luoghi, gli eredi Gregorio
provvidero a pulire e risanare i laghi ed i canali, tanto che il Tribunale, con
sentenza definitiva pubblicata nel 1839, rigettò le richieste del Regio Erario
confermando l’enfiteusi.
Certamente, nel periodo che va dal 1807 al
1839 furono costruiti gli altri canali di comunicazione, quello tra i due laghi
(1810) e gli altri di comunicazione con il mare.
Nel 1839 gli eredi Gregorio sbarrarono il
canale di comunicazione fra i due laghi con un reticolato di ferro a piccole
maglie, iniziativa questa nociva alla salute pubblica in quanto venivano con ciò
trattenute le alghe e le erbe galleggianti che imputridivano, e impedivano al
contempo il transito di imbarcazioni da un lago all’altro.
Per tali motivi, su protesta del popolo,
la grata fu eliminata con ordinanza dell’Intendente in data 19 settembre 1840.
I rapporti tra enfiteuta e locali divennero peraltro sempre più tesi e
raggiunsero il culmine allorché l’enfiteuta pretese che i cocciolari togliessero le proprie barche dal lago e non coltivassero
più le cocciole; benché le autorità
avessero emesso alcune ordinanze con le quali si riconosceva e si rafforzava il
diritto dei pescatori, il concessionario, citati in giudizio alcuni di questi
ultimi, ebbe sentenza favorevole (dicembre 1843).
Le autorità cittadine, interessate ai
reclami dei pescatori, minacciarono di elevare conflitto amministrativo per
incompetenza al Tribunale. Tale questione rimase insoluta fino al 1850,
allorquando gli eredi Gregorio richiamarono il giudizio contro alcuni miseri
pescatori, escludendone altri dalla citazione poiché questi ultimi potevano
pagare loro una tangente di 24 tarì e venivano quindi autorizzati a mantenere
le proprie barche nei laghi. Il Tribunale, ritenendo la propria competenza nel
dibattito, condannò sedici pescatori a sgomberare i laghi. I pescatori
condannati fecero però ricorso alla Gran Corte Civile di Palermo la quale, con
sentenza del 19 agosto 1853 decreta “…
che trattandosi di gente povera, la
quale merita tutta l’agevolazione e la commiserazione del R. Governo, possa
loro concedersi la franchigia delle spese giudiziarie e raccomanda al Regio
Procuratore Generale, presso la Gran Corte Civile, che nei termini di giustizia
sostenga i diritti di siffatta povera gente”.
Le liti e le controversie proseguirono per
oltre un trentennio, fin quando, per il mancato pagamento della quota fondiaria
da parte degli eredi Gregorio e su istanza della vedova del debitore Antonio
Gregorio, il Tribunale con sentenza del 28 novembre 1878 autorizzò la vendita
dei laghi ai pubblici incanti al prezzo peritale di £ 54.275,90 lorde del
tributo fondiario; risultò aggiudicatario della vendita il Sig. Luigi
Pirandello che rimase possessore del diritto di pesca.
Le controversie sulla reale proprietà
degli appezzamenti e sulla natura giuridica dei luoghi (demanio pubblico, la cui
titolarità è stata avanzata alla fine degli anni ’20, ovvero patrimoniale)
sono proseguite lungo l’intero XX secolo e fino ad oggi, costituendo di fatto
un nodo inestricabile. Attualmente il lago di Ganzirri e quello di Faro sono
divisi in circa 900 appezzamenti e su di essi vantano diritti circa 200
proprietari. Gli appezzamenti, regolarmente catastali, sono stati nel corso
degli anni acquistati, venduti, ereditati etc., ad onta delle rivendicazioni di
demanialità avanzate dalla Capitaneria di Porto.
L’unico dato concreto e sociologicamente
significativo che emerge dall’intera questione pare essere la realtà di
un’attività produttiva plurisecolare che ha costituito il principale mezzo di
sostentamento per svariate generazioni di locali, i quali, prescindendo dalla
normativa giuridica mai rivelatasi univoca e trasparente nella definizione delle
annose controversie, appaiono gli unici legittimi depositari delle sorti dei due
laghi, avendo in un certo senso fatto sempre organicamente parte
dell’ecosistema che nei laghi si rappresenta.
L’attività lavorativa e produttiva
tradizionale denominata mitilicultura, che ha sempre visto nei locali i suoi
storici portatori, si presenta dunque come prezioso e per certi versi unico
estratto del territorio posto a nord di Messina, in prossimità dello Stretto,
in quanto attorno a tale attività si son venuti stratificando, nel corso delle
generazioni, usi e costumi, consuetudini e rituali, tecniche ergologiche e
abilità manuali, tutto quanto insomma in un’accezione antropologica viene
definito “cultura”.
Molluschicultura. Cicli produttivi e strumenti di lavoro
L’attività tradizionale della
coltivazione di mitili va ritenuta un bene etno-antropologico (ancorché
“volatile”) di rilevante pregnanza, in quanto documento prezioso di contesti
socio-economici e lavorativi che hanno per lungo tempo segnato la fisionomia
della Sicilia.
Con il termine generico di
molluschicultura si indicano in questa sede le due distinte attività della
mitilicultura (la coltivazione del Gallo
provincialis, volgarmente chiamato cozza)
e la tellinicultura (la coltivazione delle telline o vongole, chiamate dai
locali cocciole, delle quali esistono
nei laghi quattro specie principali: la Tapes
decussatus, o còcciola masculina
o ad occhi o vongola verace, la Cardium
edule o còcciola rizza, la Tapes
laetus o còcciola fimminedda e la Lucina
lactea o còcciola padella). Del
tutto scomparsa è invece la coltivazione delle ostriche (Ostrea edulis) fiorente fino alla fine del sec. XIX.
Da un’indagine condotta sul campo è
emerso che nella cultura locale dei molluschicultori si ritiene che delle due
attività la prima ad apparire in ordine cronologico sia stata quella il cui
esercizio richiedeva un minore intervento della mano umana; è in effetti
plausibile che i primi molluschicultori siano stati i cocciolari,
la cui attività veniva così descritta da uno zoologo ottocentesco:
“La coltivazione delle cocciole
si fa (…) nello stagno di Ganzirri, ma anche in quello del Faro, ed è molto
semplice. Si cercano (nel Pantano grande e nel piccolo) le piccole cocciole che
madre Natura fa liberamente nascere nel fondo; ciò si fa col raschiare il fondo
stesso (stando nella barca o sui bassi fondi) per una grossezza di 5 o 10
centimetri con un sacco di fitta rete, detto coppo,
il quale è apposto ad un telaio di ferro armato di denti nel lato che serve a
raschiare, ed è, mercé il telaio, innestato ad angolo retto in cima ad una
pertica lunga circa 4 metri; catturate le piccole cocciole, separatele dai vari
detriti incongrui e del fango, e messane insieme una certa quantità, vengono da
ognuno dei cocciolari seminate in una data area, o propria o presasi dal fondo
comune, che viene delimitata con un fragile recinto di cannuzze impiantate nella
sabbia; là i piccoli bivalvi vengono lasciati crescere e tutta la fatica del
coltivatore consiste nel tenere pulito il fondo della sua area, e talvolta, come
dicono, nel migliorarlo, aggiungendo sabbia presa da terra e, contro il volere
dei proprietari e degli appaltatori d’acqua, sostituendo bassi fondi e
montagnole. Una volta le cocciole arrivate al voluto grado di accrescimento
vengono vendute”.
Dalla distaccata seppur vivace descrizione
del cronista ottocentesco non traspare certo ciò che ancora oggi è dato
riscontrare a chi si accosti al mondo dei cocciolari: un legame quasi organico
con i laghi e con gli esseri viventi che li abitano, nonché la tenace
convinzione di aiutare quasi, attraverso la propria attività, la natura a
giungere a compimento.
Tale atteggiamento emerge nettamente nelle
interviste fatte ad alcuni informatori, dalle quali si scorge come tutto il
ciclo di coltivazione della vongola, da quando essa nasce nei bassi fondali
“per emissione di semenza” a quando viene raccolta, selezionata, ripulita
dai parassiti, riportata in acque più profonde, e quindi di nuovo spostata,
protetta dal caldo eccessivo così come dall’eccessivo freddo: l’intero
ciclo insomma, della durata di circa due anni per la completa maturazione di
alcune specie, nonché presentarsi come mera somma di procedimenti miranti alla
raccolta di un bene disponibile in natura, si configuri piuttosto come operazione
culturalmente orientata, con i propri riti e le proprie simbologie, in un
continuo rapporto dialettico con l’ambiente, che si giunge a “dominare”
solo attraverso continui atti di obbedienza. Per valutare tale carattere del
ciclo, valutabile attraverso i tempi lunghi delle sedimentazioni culturali, si
consideri ad esempio che la costruzione di una montagnola giungeva a richiedere
l’impegno lavorativo di due generazioni. Nell’immaginario dei
molluschicultori il lago assume, in tale contesto, le medesime valenze che la
terra possiede per i contadini.
L’atro grande troncone di attività,
quello della mitilicultura, forse il più caratterizzante, nonostante la crisi
attuale, l’economia del territorio nonché quello maggiormente incardinato
nella rappresentazione “pittoresca” che dei laghi si è storicamente
offerta, necessita di una descrizione accurata.
Le prime cozze nacquero spontaneamente sui
pali di castagno che venivano conficcati sui fondali del lago grande per
delimitare, entro la sua superficie, le zone di pesca e i singoli appezzamenti.
Una volta empiricamente appreso il ciclo di crescita di questi frutti di mare
che, a differenza delle vongole, possono esser mangiati crudi, si giunse a
predisporre i collettori artificiali.
Il ciclo, della durata di quasi due anni,
inizia in ottobre, allorquando nelle cozze adulte compaiono due o più striature
in corrispondenza della parte centrale della valva. I molluschicultori sanno
allora che la cozza “sta mollando”,
espelle cioè i prodotti sessuali necessari alla sua riproduzione.
“La
cozza è come la donna, essi dicono, che
ha rotto le acque ed è pronta a partorire”. Tale “espulsione di lattime” avviene negli ultimi giorni di ottobre o
nei primi giorni di novembre, nel periodo che essi chiamano “la prima luna dei morti”.
Intanto, nel lago piccolo, si è
provveduto a stendere orizzontalmente nelle acque, a pochi centimetri dalla loro
superficie, delle corde vegetali dette libàni,
lunghe dai 25 ai 30 metri e legate ciascuna all’estremità superiore di cinque
o sei pali verticalmente conficcati sul fondo e posti alla distanza di circa
cinque metri l’uno dall’altro. Tali libàni,
per lo più paralleli e distanti tra loro quasi un metro, servono per
l’attacco di piccoli fasci formati da radici di canne, o di pezzi di sughero
tenuti insieme da frammenti di rete, o di altro analogo prodotto di bricolage
naturale. I fascetti vengono inseriti tra i capi stessi della corda, a una
distanza di circa 30 centimetri l’uno dall’altro e quivi, quasi a pelo
d’acqua, essi fungono da collettori, in cui va ad attaccarsi il “lattime”
fecondato. Si predispone insomma una sorta di utero naturale in cui la larva di
cozza possa impiantarsi e crescere nei suoi primi giorni di vita.
Il piccolo mitilo comincia a scorgersi a
occhio nudo dopo circa due mesi, in gennaio. L’avviso viene dato dai cefali
che salgono a galla per succhiare il “lattime” di cui essi sono golosi. La
vista di branchi di cefali vicini alle corde è interpretato come segno che “nascéru
i cozzi”.
Queste si presentano come puntini che da
bianchi si fanno via via turchini e poi violacei, blu, neri; in aprile hanno già
le dimensioni di una grossa lenticchia. Esse vengono allora trasportate dal lago
piccolo, più profondo e freddo, a quello grande, dalla temperatura più mite.
Si tolgono dunque dal “Pantanello” le corde con i fascetti e, all’aperto
sulla riva, si liberano dalle cannucce e dalle corde stesse i piccoli mitili
che, in gran parte, rimangono aderenti tra loro, per il bisso secreto, in
piccoli gruppi. Si ripuliscono quindi dai corpi estranei organici e inorganici
che vi insistono sopra (soprattutto dai “denti di cane”, i cosiddetti balàni, parassiti della cozza) e vengono posti su di un setaccio
galleggiante, “’u tilaru” e
collocati a pochi centimetri sotto il pelo dell’acqua. Nel “tilaru” le
cozze si attaccano l’una all’altra finendo col costituire una sorta di pasta
compatta. Tale impasto viene quindi diviso in tocchetti che si inseriscono in
una “pruvulara”, rete cubiforme
vegetale o di nylon, con un procedimento simile a quello adottato per il
riempimento dei budelli di salsiccia. I bastoni cubiformi così ottenuti,
costituiti da ammassi di piccole cozze, vengono appesi nel vivaio naturale del
lago, nei libàni stesi tra un palo e
l’altro.
Dopo circa venti giorni le cozze si
proiettano all’esterno, finendo col coprire la “pruvulara”
che rimane all’interno, a mò di corona circolare. Esse hanno ormai assunto il
noto aspetto grappoliforme, quello dei cosiddetti “stralli”.
Nel mese di giugno gli stralli vengono ricondotti nel lago piccolo, più profondo e fresco
e pertanto in grado di fornire maggiore ossigeno, perché essi vengano tenuti
lontani dall’attacco dei balàni.
Qui devono trascorrere l’intera estate. In settembre gli stralli vengono “ristrallati”,
essi vengono cioè “spennati” e si procede alla raccolta delle “mezze
cozze”, giunte a un certo grado di maturazione, risistemando le più piccole
sull’intelaiatura. I nuovi stralli vengono
quindi riportati al “Pantanello”, dove trascorreranno l’inverno a basse
profondità.
In aprile o maggio le cozze hanno ormai un
anno e mezzo di vita e sono quasi giunte alla fine del loro ciclo di crescita.
Vengono pertanto ricondotte per l’ultima volta al Pantano grande per
acquistare polpa e grossezza. In giugno esse saranno pronte per la vendita.
Alcuni stralli
vengono lasciati sospesi nel lago del Faro, dove giungono a maturazione più
tardi e vengono quindi messe in commercio in autunno. Esse non hanno la polpa di
quelle trasportate in primavera al Lago grande, ma sono in compenso rimaste più
protette dai rischi di morìa determinati dall’affiorare di idrogeno
solforoso, fenomeno cui spesso il lago di Ganzirri va soggetto.
In settembre esse vengono salite dal fondo
e poste a circa tre metri sotto la superficie, dove raggiungono un notevole
grado di sviluppo.
L’attività della molluschicultura dava,
fino agli anni ‘60-‘70, da vivere a parecchie decine di famiglie che ad essa
si dedicavano a tempo pieno; per almeno mezzo migliaio di persone la
molluschicultura costituiva dunque attività economica primaria di sussistenza.
Le annate buone, dato che i cicli biennali si accavallavano consentendo una
produzione annua, rendevano fino a mille Kg. Di vongole per montagnola e ottanta
cantari di cozze per “quadrato” o
appezzamento.
E’ facile misurare la distanza che ci
divide dal periodo aureo della molluschicultura: i mitili oggi raggiungono
dimensioni commerciabili in un periodo di circa due anni, laddove in passato
erano sufficienti 12-14 mesi, dato che essi trovavano nel lago un plancton più abbondante. L’impoverimento planctonico si spiega
facilmente ove si consideri che da un certo numero di anni a questa parte i due
laghi sono stati usati come bacini di incontrollato deposito di mitili importati
da La Spezia, Savona, Venezia, Choggia, Taranto etc. per soddisfare le richieste
del mercato. Questi mitili, spesso spacciati per prodotti locali, hanno finito
col depauperare i laghi delle risorse planctoniche che un tempo erano a
esclusivo beneficio dei mitili d.o.c.
Questo è in effetti solo uno degli
elementi di crisi della molluschicultura che si pratica nei due laghi di
Messina. Un pericolo ben più grave, che rischia di cancellare completamente
tale attività, con tutto il bagaglio di tecniche e di saperi tradizionali
cumulatisi lungo l’arco di molte generazioni, è costituito dalla possibilità
che i due laghi, peraltro riconosciuti preziosissimi biotòpi per la enorme
varietà di microrganismi e di specie animali e vegetali, alcune uniche, in essi
presenti, e come tali fatti oggetto di specifica tutela ambientale, oggetti di
un’apposita Riserva Naturale Orientata (“Laguna di Capo Peloro”) e
soprattutto inseriti tra le aree umide mondiali protette dalla Convenzione
Internazionale di Ramsar, vengano attraversati da progetti che possano
determinare uno sconvolgimento della fisionomia naturale, biologica, biochimica
e, per gli aspetti qui trattati, antropica del territorio di Capo Peloro e dello
Stretto di Messina in generale.
Se la zona di Capo Peloro e dell’intero
stretto di Messina costituisce una sorta di Genius
Loci di questo angolo di mondo le cui sponde hanno visto lungo i millenni la
confluenza dei popoli e delle civiltà che hanno scritto la storia del pianeta,
è indubbio che di tale identità i laghi di Faro e Ganzirri rappresentino una
parte non trascurabile.
La tutela dei laghi, come dell’intera
area dello stretto di Messina da installazioni devastanti per impatto fisico ed
ambientale, pare dunque l’unico modo per scongiurare la definitiva
trasformazione di questa porzione di territorio in un non-luogo, anòdino e immemore della propria storia, come tale non
più in grado di assicurare e garantire identità alcuna a chi lo abita e a
quanti lo attraversano.
Sergio
Todesco