Il grano e la manna. Mitologie di San Nicola di Bari in Sicilia di Sergio Todesco

Pochi santi possono vantare una iconografia tanto sterminata quanto San Nicola di Bari, e pochi di essi risultano essere venerati al pari di questo santo tanto dai cattolici quanto dagli ortodossi (nelle iconostasi è spesso presente accanto a Gesù e alla Madonna come terza figura numinosa). Parimenti, pochi santi godono di un apprezzamento tanto ampio in seno alle culture popolari, in specie meridionali, quanto San Nicola, o “Santa Nicola” come spesso viene nominato.

Da cosa deriva un tale primato? Proviamo a ripercorrere sinteticamente alcuni tratti della sua vicenda terrena e delle svariate mitologie che gli uomini hanno sovrapposto ad essa[1]. Nicola nasce nel III secolo a Patera, in Turchia, e tanto la sua nascita quanto la sua giovinezza si presentano costellate di fatti mirabili. I genitori lo generano nel fiore della giovinezza e poi trascorrono in castità il resto della propria vita. Appena nato, Nicola rimane ritto in piedi nel catino in cui lo stavano ripulendo del liquido amniotico, inoltre, come riporta la Legenda Aurea , il futuro santo già da infante pratica naturalmente un regime alimentare basato sul digiuno: “il mercoledì e il venerdì prendeva il latte una sola volta al giorno”. Da ragazzo frequenta le chiese e rifugge la compagnia dei coetanei. Rimasto orfano in giovane età, Nicola utilizza in modo munifico le sostanze dei genitori per fare del bene: salva ad esempio dalla prostituzione tre giovani sorelle povere dotandole nascostamente del denaro (rappresentato da sacchetti d’oro) necessario ad affrancarsi dalla loro condizione di penuria. Dovendosi poi un giorno procedere alla designazione del nuovo vescovo di Myra, viene indicato ancor giovane in modo misterioso da una voce notturna che parla al più autorevole dei vescovi elettori e suggerisce il nome del prescelto; come nelle migliori tradizioni sciamaniche, la divine election si sovrappone così e si sostituisce a quella del collegio vescovile.

Da vescovo Nicola pratica l’austerità e l’umiltà, la mortificazione della carne e la castità, la preghiera e la carità. Anche l’intransigenza dottrinaria, se - come pare - al Concilio di Nicea a cui egli partecipa giunge a prendere a schiaffi l’eretico Ario.

Alcuni tra i suoi innumerevoli miracoli colpiscono fortemente gli agiografi; Nicola salva da una tempesta un equipaggio ormai in fin di vita; convince i marinai di alcune navi di passaggio a privarsi di gran parte del proprio carico di grano, destinato all’imperatore, per fronteggiare la carestia che aveva colpito la sua provincia, e tuttavia le navi, giunte a destinazione, non mostrano alcun ammanco. Noto di passaggio come in tale episodio possano scorgersi adombrate credenze di tipo millenaristico che stanno alla base di culti presenti in ogni tempo nelle culture alieutiche di tutto il pianeta (due esempi per tutti: la leggenda del Vascelluzzo a Messina e i Cargo Cults in Melanesia)[2]. A seguito di tale miracolo la regione, ancora in gran parte dominata dall’idolatria, inizia a convertirsi rifuggendo dalle precedenti superstizioni legate al culto di Diana Nemorensis. Nicola infatti, nel condannare i riti pagani, fa abbattere l’albero consacrato alla Dea sotto il quale essi si svolgevano. Diana (altra faccia dell’antico nemico Satana) cerca di incendiare la chiesa di Nicola convincendo ignari pellegrini a cospargerne le pareti con olio spacciato per miracoloso, in realtà dalle devastanti proprietà ustorie. Ma Nicola appare ai pellegrini e smaschera il complotto della diabolica entità.[3]

Altri miracoli famosi sono legati alla liberazione di tre soldati ingiustamente condannati a morte, come pure alla salvezza di tre principi, anch’essi destinati a morire in carcere per false accuse, apparendo miracolosamente in sonno all’imperatore e al suo prefetto che ne avevano decretato la condanna.

Nicola muore nel 343, tra celestiali cori di angeli. Sepolto in una tomba marmorea, dal suo corpo trasuda un liquido oleoso e dai suoi piedi un umore acqueo, in analogia con il sangue e l’acqua che sgorgano dal costato di Cristo. L’olio prodigioso guarisce molti infermi e il corpo del santo rimane costantemente immerso in tale liquido. Allorquando poi, nel 1087, dopo la distruzione di Myra ad opera dei Turchi, quarantasette soldati baresi aprono la tomba di Nicola alla presenza di quattro monaci e ne trafugano i resti trasportandoli a Bari, le ossa del santo sono ancora immerse nell’olio[4].

Alla figura di San Nicola è dunque strettamente connessa la manna, il liquido oleoso dalle mirabili proprietà profilattiche e terapeutiche ancora oggi oggetto di pratiche devozionali. Ma al santo sono pure riconducibili aspetti che, seppur legati a singoli episodi della sua biografia, hanno dispiegato nel corso dei secoli orizzonti mitico-rituali estremamente complessi e diversificati. Di alcuni di questi cercherò in questa sede di fornire sintetiche coordinate, attingendo alle tradizioni popolari siciliane, e della provincia di Messina in specie.

Innanzitutto, occorre premettere all’escursus una considerazione, che cioè dal complesso delle “storie” del santo l’impressione che se ne trae è che la figura di Nicola, conquistando nuovi territori di culto nella sua trasmigrazione culturale da oriente a occidente, abbia continuamente inglobato “pacchetti” di credenze, di pratiche rituali, di ambiti di competenza, che hanno finito col trasformarla in un’entità numinosa pressoché staccata dal pantheon dei Santi per assurgere a figura in qualche modo assimilata a una divinità “ausiliaria” dalle connotazioni ecumeniche.[5] Per inciso, è singolare che la sua fama e il suo culto, nati in una modesta regione marittima dell'Asia Minore - la Licia - si siano diffusi così ampiamente da raggiungere i più grandi centri dell'antico mondo mediterraneo, da Gerusalemme a Roma e Costantinopoli, per poi espandersi pressoché ovunque, dalla Russia (dove lo chiamano addirittura "russkij Bog", il Dio russo) ai paesi caucasici, dal Levante alla Spagna, dall'Italia meridionale all'Europa del Nord.

Non a caso nell’iconografia bizantina Nicola viene spesso raffigurato insieme a Gesù e a Maria, quasi a completare trinitariamente la configurazione di un ambito sacro.[6] Non a caso nella sua biografia e nella trama miracolistica di cui questa è intessuta si registra la singolare ricorrenza dell’elemento triadico, proprio di una logica sacrale di origine indo-europea.[7] Nicola infatti salva dalla prostituzione tre fanciulle povere, libera tre ufficiali, o principi, bizantini accusati ingiustamente, risuscita tre seminaristi tagliati a pezzi e messi in salamoia da un oste, libera tre soldati in procinto di essere decapitati dal boia, risuscita dalla morte, salva dall’annegamento in mare e libera dalla prigionia tre giovani etc. Non a caso, infine, questo santo sviluppa - in forza di tale stratificata storia culturale (dispensatore di doni come Odino, protettore di marinai come Nettuno, vescovo giovane e imberbe come gli “episcopelli” e quindi Rex Saturnaliorum dell’era cristiana destinato a concludere il suo ciclo di trasformazioni come Santa Claus-Santa Nicola) - una pluralità di competenze in ambito salvifico e terapeutico, come peraltro attestato già nei primi secoli di culto con il riconoscimento della sua natura di taumaturgo per eccellenza.

In questa sede, limiterò la disamina dei tratti peculiari del Santo antropologicamente rilevanti a tre particolari aspetti della sua cifra ieratica: l’essere dispensatore di doni (grano, oro, manna etc.), il patronage sul mare, la sua caratteristica di “santo dei fanciulli”. Per rendere concrete tali “competenze” sottraendole alla genericità comparativa, farò ricorso a contesti mitico-rituali ancora oggi verificabili nel panorama siciliano, in cui il culto per il santo è certamente da ascriversi alla presenza basiliana, come stanno a dimostrare le arcaiche intitolazioni di chiese, ben prima dell’arrivo dei Normanni, a “San Nicola dei Greci”.[8] Nicola è quindi da oltre un millennio uno dei santi più conosciuti nel pantheon isolano e gode di una singolare fortuna nei culti popolari dell’intero Meridione (Puglia in testa), oltre che per le particolari valenze salvifiche attribuitegli anche e soprattutto, cercherò di dimostrare, per le fortissime connotazioni simboliche  che lo collegano strettamente a figure sacrali e cicli “mitologici” molto più antichi.

 

Per quanto concerne il primo aspetto viene analizzato un ampio spettro di leggende e contesti rituali, dal miracolo delle navi cariche di grano alla festa del Convito di Roccavaldina al liquido oleoso dalle straordinarie proprietà terapeutiche e oggetto di plurisecolare devozione - la “manna” - che trasuda dalle spoglie del santo.

Tanto la cifra agiografica del Santo, infatti, quanto le svariate tradizioni che attorno al suo culto sono venute elaborandosi nel corso dei secoli mostrano come una delle manifestazioni della sua santità sia consistita nell’elemento del dono (gratuito come tutti i doni)  a beneficio di singoli o di intere comunità. San Nicola ha cioè declinato uno dei tratti della propria santità donando, e il suo dono ha sempre sortito effetti benefici sulla condizione esistenziale dei destinatari del dono. Abbiamo visto come tra i miracoli del santo siano rimasti memorabili il dono, effettuato nascostamente ma per ciò ancora più efficace, di tre sacchetti contenenti oro a beneficio di tre ragazze povere, strappandole a un destino di prostituzione. Ritengo che a tale episodio siano da collegarsi i “panuzzi”, pani votivi che ancora oggi in numerosi centri siciliani e calabresi – soprattutto nelle colonie greche come Contessa Entellina o Mezzojuso – e qui da noi in provincia di Messina a Gualtieri Sicaminò, vengono distribuiti ai fedeli, spesso lanciandoli dalla vara del santo in processione. Tali panuzzi, su alcuni dei quali vengono impressi sigilli con lettere greche (’a bulla), sono gelosamente custoditi nelle case e utilizzati in caso di malattie gravi, ovvero di richiesta di grazie speciali.[9]

Analogamente, il dono miracoloso di derrate granarie attraverso una sorta di gioco di prestigio (il grano viene fatto scaricare dalla nave e sfama la popolazione stremata dalla carestia, ma la nave stessa prosegue il suo viaggio e giunge a destinazione senza che il carico ne risulti diminuito) si traduce in salvezza per una comunità intera destinata all’inedia.[10] Ma anche la straordinaria emissione di liquido oleoso promanante dal corpo del santo si traduce in dono dalle speciali capacità terapeutiche destinato a raggiungere migliaia di devoti fedeli attraverso la sua raccolta e conservazione in speciali contenitori- reliquiari (i cosiddetti “vetri”, le bottiglie per la manna) il cui utilizzo a fini apotropaici e profilattici è tuttora attestato in Puglia, ma la cui circolazione in tutto il mondo si registra lungo l’arco di novecento anni. Dapprima fiale, ampolline o “caraffe”, in seguito vere e proprie bottiglie decorate con immagini del santo o episodi della sua vita dipinti ad olio o tempera, tali contenitori in cui veniva travasata una piccola quantità della manna periodicamente raccolta dalla tomba di Nicola e conservata in vasi, sono vere e proprie icone diffuse in gran numero “ad augendam pietatem” sin dal XII secolo.[11]

In questa sede mi piace ricordare, delle tradizioni incentrate sul dono, l’etiologia del culto per San Nicola di Bari a Gioiosa Guardia, come la riferisce Giuseppe Pitrè, e un contesto mitico-rituale ancora attivo seppure a cadenza irregolare, sempre in provincia di Messina, il cosiddetto “Convito” a Roccavaldina.

A Gioiosa Guardia (centro fondato nel XIV sec., abbandonato dalla popolazione tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX sec. per una serie di rovinose congiunture, terremoto e carestia, e trasferito sul litorale divenuto poi Gioiosa Marea) il santo soppianta il precedente patrono San Giovanni Battista secondo i meccanismi del più tipico “trapasso di patrocinio sacrale” più volte registrato in Sicilia. Essendo il paese afflitto da una grave carestia, venne improvvisamente avvistata sul litorale una nave a vela, dalla quale un misterioso Capitano ordinò ai suoi marinai di scaricare a terra molti sacchi ricolmi di grano, e alle suppliche degli abitanti di vender loro le derrate, con grande loro sorpresa si videro consegnare gratuitamente tutto il grano. Ciò fatto il Capitano fece salpare la nave senza abbandonarsi alle manifestazioni di riconoscenza dei paesani. Se non che, recatosi dopo qualche tempo a Bari un gioiosano vide in una chiesa l’effigie di S. Nicola di Bari e si accorse che essa somigliava in modo impressionante al Capitano benefattore. Detto fatto, il santo barese spodestò il Battista, segnando in qualche modo il trapasso da una comunità dedita all’agricoltura ad una proiettata verso un destino marinaro.[12]

Nei primi giorni di agosto si svolge a Roccavaldina, con cadenza  irregolare e in genere ogni 8-9 anni, la cosiddetta Festa del Convito in onore di San Nicola di Bari, oggetto di culto in questo piccolo centro peloritano. Le origini della festa vanno certamente ascritte a una matrice orientale, come orientale è lo stesso santo cui essa è dedicata;  pare che la consuetudine di banchettare pubblicamente consumando le carni di un giovenco sacrificato risalga a un evento salvifico che nel XIV  secolo  strappò il paese dalla morsa di una carestia. L’eziologia del miracolo è analoga a quella presente in numerosi altri contesti rituali: una nave carica di cibo, in questo caso di riso, che giunge miracolosamente dalle estreme plaghe orientali a sfamare la popolazione stremata. A perpetua memoria di tale evento la comunità roccese, dopo avere condotto in solenne processione l’effigie di San Nicola, ritenuto essere l’autore dell’invio miracoloso di derrate, in suo onore sacrifica un vitello (u giovencu) che, addobbato con nastri rossi come gli animali sacrificali nell’antica Grecia, viene condotto prima di essere immolato attraverso le vie del paese, accompagnato e seguito da grande concorso di fedeli. Il percorso rituale, che a tratti evoca la festa di San Firmino a Pamplona, si snoda per entro un articolato circuito che comprende i luoghi deputati del Castello, della Chiesa Madre e del magazzino-palmento di fronte al cui ingresso o al cui interno, dopo la benedizione del Parroco che ha accompagnato la processione, ha luogo l’uccisione dell’animale, un tempo portata a compimento a mezzo di una acuminata lama che recideva la giugulare della vittima, oggi attraverso il dispositivo a pistola utilizzato per la macellazione dei bovini. Il pubblico assiste con sentimenti contrastanti di trepidazione, paura, eccitazione e compassione a tale rito cruento e crudele; ciò che colpisce in particolare è la curiosità mostrata dai più nel seguire minuziosamente tutti i momenti dell’agonia dell’animale e le fasi del suo successivo smembramento. Pare quasi che dalla contemplazione un po’ morbosa della morte gli astanti ritengano di ricavare una chiave che consenta loro di decriptare i misteri della vita. Dopo lo smembramento, le carni del giovenco vengono lessate e nel loro brodo, senza sale a mo’ di sacrificio, si cuoce il riso che insieme alla carne costituirà il cibo principale del Convito che segue nei giorni successivi.[13]

Al di là della sua crudezza, la festa del Convito di Roccavaldina ci consente di sorprendere in vivo un rito assai arcaico in cui sono ancora abbastanza leggibili, oltre alla ovvia ostentazione di un forte elemento di identità civica da parte della comunità locale, anche più profondi motivi antropologicamente rilevanti, quali la consumazione comunitaria di un pasto che per la configurazione assunta e per la cadenza irregolare riveste la funzione di una consumazione rituale di scorte, con implicite valenze millenaristiche e palingenetiche, e il rito esorcistico di espulsione simbolica del male attraverso la distruzione, e la contraddittoria introiezione a fini nutritivi, di una vittima sacrificale sulla quale viene fatto convergere convenzionalmente tutto il peso del negativo quotidiano, una cui mancata plasmazione culturale da parte della comunità rischierebbe di scardinare gli assetti socio-esistenziali di quest’ultima: un rito arcaico e crudele, insomma, ancora fortemente partecipato agli inizi del terzo millennio, e al contempo potente atto purificatorio che si dispiega nel teatro globale in cui l’intero paese si trasforma. A Roccavaldina il dono si fa sacrificio, o per meglio dire sortisce una resa di grazie di tipo sacrificale che al contempo attiva dinamiche incentrate sulla condivisione comunitaria di un pasto i cui pratici esiti consistono in un rafforzamento dell’identità locale e della coesione del gruppo.

Nello stesso mese di agosto a Gualtieri Sicaminò si celebra in onore di San Nicola una festa - documentata già nei primi decenni del XVII secolo - caratterizzata dalla bellezza, dalla potenza e dalla durata dei fuochi d’artificio. Il già citato lancio dei panuzzi costituisce il tenue legame agiografico con una mitologia ormai divenuta relitto folklorico.

                             

Per il secondo aspetto, compulsando leggende quali quella di Colapesce o ritualità come le feste dei “vamparizzi” della zona tirrenica, esaminerò i meccanismi di “trasmigrazione dei simboli” in base ai quali San Nicola è giunto a riassumere in sé entità sacrali legate al mare molto più antiche.

In un suo studio estremamente documentato sulla leggenda di Colapesce, Giuseppe Pitrè, compulsando fonti linguistiche e mitologiche dimostra come il nome di Nicola, variamente configurato nelle varianti Nick, Nyek, Neck, Necker, Nocca, Nokke, Nikr, Nikkar, Nikar, Hnickar, Hnikudr, Nickus, Nichus, Nikor, Nix, Niken, Necca, Necco etc., sia riconducibile ad un’unica figura numinosa di volta assimilata a un genio o spirito che alita sulle acque, a una divinità acquatica, e addirittura identificato - a seconda dei contesti socio-religiosi - a Odino o al dio Nettuno. In ordine alla “parentela” del santo con tali figurazioni, Pitrè annota come “la prima volta che il nome di Nicor, come indicativo di deità marina, si riscontri in documenti scritti, è nell’VIII secolo, nel testo del Beowulf, e propriamente nel secolo in cui, a parte le precedenti (sec. V) raffigurazioni del Santo, è da stabilire il primo testo greco della vita di San Niccolò, tradotto, secondo le più recenti indagini, in siriaco, nell’ottocento”.

Lo stesso Pitrè cita fonti secondo le quali il santo veniva considerato né più né meno che un dio del mare, una sorta di Nettuno cristiano: “Nicolaus, quasi alter Neptunus, maris curam gerit”, o, come da altra fonte, “Nicolò è presso i Papisti e i Moscoviti un dio delle acque e dei pesci”. In uno studio sui costumi dei Greci moderni, pure citato da Pitrè, il santo viene addirittura chiamato Ó Posèidon Christianòn, il Nettuno dei Cristiani.[14]

Le competenze marinare possedute dal santo derivano tanto dal miracolo del vascello granario compiuto in vita, quanto dal mare attraversato dalle sue spoglie mortali trafugate a Myra e traslate a Bari nel 1087, un mare che evidentemente non fu solo fisica distesa di acque ma anche simbolicamente connotato, posto che la traslazione delle spoglie di Nicola inaugura uno dei più straordinari filoni devozionali comuni a Oriente e Occidente di tutta la storia del Cristianesimo. Esse possono essere verificate sul versante delle pratiche rituali tradizionali attraverso il riconosciuto patrocinio di Nicola sull’universo dei pescatori e delle realtà “alieutiche” in genere.

A Villafranca Tirrena, centro costiero limitrofo a Messina, questo santo protettore dei marinai viene fatto oggetto di un interessante rituale, un tempo comune anche ai centri viciniori: nella vigilia della sua festa si accende, nella piazza a lui intestata, un grosso falò, u vamparizzu (o bamparizzu), alla cui composizione hanno atteso tutti i ragazzi del paese, raccogliendo la legna necessaria nelle campagne circostanti. Una volta pronta la pira, su di essa viene solennemente adagiata una vecchia barca di legno, che ogni anno qualche pescatore sacrifica al santo. La distruzione della barca, trasportata all’imbrunire dal luogo di giacenza al falò con una vera e propria processione cui partecipa la stessa Confraternita di San Nicola, serve a scongiurare i rischi connessi alle attività marinare che, anche se non come un tempo, costituiscono ancora oggi un orizzonte significativo per la piccola comunità di Villafranca, almeno a livello simbolico. Una volta acceso, e alimentato dal singolare “capro espiatorio” nonché dalle numerose radici di ulivo che garantiscono una fiamma di lunga durata, il falò arde per un paio di giorni e poi lentamente si va spegnendo, rimanendo fumigante per circa una settimana. Il rituale, nella sua semplicità, allude a un’offerta votiva dalle valenze propiziatorie (viene “sacrificata” al santo una barca perché egli possa confermare la sua protezione sull’ambito lavorativo al cui interno l’oggetto sacrificato ricopre un ruolo) che, al di là delle differenze di contesto territoriale, rivela indubbie analogie con il rituale del Convito (animale sacrificato per rinnovare l’abbondanza del grano di cui la comunità è stata in illo tempore beneficiaria), non fosse altro che per il comune orizzonte marinaro, presente nel mito di fondazione nel caso di Roccavaldina e nella pratica lavorativa quotidiana a Villafranca.[15]

A Ganzirri, villaggio messinese in prossimità di Capo Peloro, San Nicola è il Genius Loci chiamato ad unificare e ricomporre nella strutturazione pacificante della sua festa i due tronconi della comunità locale, i pescatori e i “cocciolari” (mitilicultori), altrimenti rivali, in quanto esprimenti due forme antitetiche di economia (pesca e coltivazione dei mitili - cozze e vongole - stanno tra loro in rapporto analogo alle arcaiche attività di caccia, cui la pesca al pescespada si assimila, e agricoltura, cui risulta tipologicamente affine la coltivazione dei frutti di mare). Nel caso dei “cocciolari”, una particella degli appezzamenti del Pantano Grande, il lago di Ganzirri, è di proprietà della Chiesa di San Nicola, protettore del villaggio, e i “cocciolari” a rotazione la coltivano “per conto del santo”, versando cioè nelle casse della Chiesa i proventi di tale attività. Da canto loro i pescatori, per propiziarsi i favori del santo, offrono a lui in dono ex voto ittiformi in oro, argento, legno etc., oltre a dedicargli speciali orazioni e ritualità domestiche fortemente partecipate. Durante il tempo della festa, i culti autonomamente praticati dalle due parti sociali sono destinati ad intrecciarsi e confluire in un unicum rituale: dalle offerte in chiesa (cozze e pesci) all’articolazione del percorso processionale (dapprima dispiegantesi sulla terra ferma, fino a raggiungere le feluche ormeggiate a riva, poi direttamente in una barca sul lago grande) il Santo si fa carico di unificare simbolicamente i conflitti latenti, ricomponendoli entro un unico progetto di identità condivisa.[16]

 

L’ultimo aspetto su cui mi pare opportuno soffermare l’attenzione è legato alla sua cifra di vescovo giovane e imberbe, promotore di atti salvifici a beneficio di giovani, in epoca medievale collegato a contesti rituali come quello degli “episcopelli” e quindi Rex Saturnaliorum dell’era cristiana, destinato infine a concludere il suo ciclo di trasformazioni come Santa Claus - Babbo Natale nell’Occidente moderno.

Il ciclo natalizio, in ambito popolare, inizia proprio con la festa di San Nicola il 6 dicembre. Le ragioni di ciò sono da far risalire all’assimilazione del santo alla figura di Saturno.

Per le culture pre-cristiane, tutte in qualche misura segnate da una ideologia di tipo agrario, il momento dei giorni più corti dell’anno veniva a coincidere con un periodo di crisi generale dell’elemento vitale; il tempo in qualche modo finiva, si avvolgeva quasi su se stesso prima di tornare a dipanarsi nelle giornate storiche dell’anno nuovo e i morti tornavano a fare valere le proprie istanze, se non di dominio, almeno di coesistenza e di condivisione con i vivi dell’atto di abitare il mondo. A partire dalla festa celtica di Hallowe’en e poi della festa dei morti in cui, come in epoca classica, mundus patet, si spalanca il mondo degli inferi e viene squarciato il sottile diaframma che tiene separati i due mondi. In tale periodo di natura crepuscolare e magmatica, gli antichi romani celebravano le feste dei Saturnali, feste in onore di Saturno che cadevano il 17 dicembre, a carattere schiettamente popolare, la cui cifra era rappresentata dal costituirsi come periodo di passaggio valevole a trasportare la comunità dal vecchio al nuovo tempo; durante esso la trasgressione si sanciva come regola che vige nella fase dell’indistinto, in un momento rituale di grande effervescenza sociale e corporea all’interno del quale, secondo Macrobio, tota servis licentia permittitur. I Saturnali, che presentano strette analogie, oltre che differenze, con i Lupercalia, i Terminalia, il Regifugium, nonché con le processioni babilonesi d’inizio d’anno e con le dionisiache Antesterìe pure incentrate su rappresentazioni allegoriche, prevedevano la incoronazione di un Rex Saturnaliorum il cui compito era quello di gestire, prima di essere detronizzato, un periodo festivo contraddistinto da eccessi alimentari e da sfrenatezze sessuali, oltre che da un ritorno rituale dei morti, visti appunto come larvae (maschere) da esorcizzare. Probabilmente lo scopo di tali pantomime mascherate era quello di consentire un ritorno protetto dei morti sulla terra: facendoli ritornare in effigie, secondo cultura, ci si proteggeva ritualmente dagli influssi nefasti di una loro indiscriminata operatività e ci si appropriava di uno spazio e di un tempo garantiti, privi di rischi nel rimanente arco dell’anno. Le orge sessuali e il culto dei morti sembrano perciò non essere stati altro che espedienti per procedere ad una ristrutturazione del caos e ad un esorcismo esemplare dell’al di là, colti nella loro valenza di limiti densi di rischio per l’umano operare. Sotto tale profilo le feste cui si è fatto cenno, unitamente ad altri momenti festivi dispiegantisi nelle varie epoche entro lo stesso periodo, come le feste dei Santi Innocenti (28 dicembre), le feste dell’Asino o le feste dei Folli di medievale memoria, mostrano tutte una identica struttura mitica e sono tutte, in qualche modo, da assimilare a feste di capo d’anno. E’ indubbio infatti, che ogni festa di fine del mondo sia sempre, in qualche misura, una festa di cominciamento del mondo stesso. Tali caratteristiche “pagane” delle feste natalizie, rimaste a testimoniare la natura di palinsesto della cultura tradizionale europea lungo l’arco di millenni, e solo negli ultimi cinquant’anni entrate in rapido collasso ad opera di una mutazione antropologica che ha segnato la progressiva eclisse del mondo contadino, permangono tuttavia, a tratti, ancora in qualche misura decrittabili nei disiecta membra delle nostre cosiddette tradizioni popolari.[17]

Durante il medioevo tale data segnava l’inizio di un articolato ciclo festivo destinato ad accompagnare e scandire ritualmente il passaggio dal vecchio al nuovo anno. Nel giorno di San Nicola i seminaristi eleggevano un loro vescovo, destinato ad esser poi festeggiato il successivo 28 dicembre, per la festa dei Santi Innocenti, all’interno di una celebrazione che era una vera e propria parodia delle funzioni sacre, in un’atmosfera goliardica e pre-carnascialesca; si eleggeva per l’occasione un Episcopus puerorum o innocentium (vescovo dei fanciulli o degli innocenti) e le cerimonie erano caratterizzate da canzoni licenziose, doppi sensi, lazzi, pantomime blasfeme con cui si scimmiottavano i momenti della liturgia: tutti aspetti tipici di quella “cultura del basso ventre” così splendidamente rischiarata da Michail Bachtin nel suoi studio su Rabelais e la cultura popolare.[18]

Numerose disposizioni sinodali, a più riprese fino a giungere alla fine del XVII secolo, condannarono tale costume popolare e tentarono di arginare tali ritualità che - a un’analisi comparativa - mostrano molte analogie con i Saturnali. Nel 1537 il Vescovo di Patti e Barone di Gioiosa Guardia mons. Albertin proibì con un Sinodo la pratica dell’episcopello (qui chiamato Vischiccio)[19]

Per altro verso la Chiesa cercò di cristianizzare l'usanza, ed oltre ad eleggere il dies natalis solis invicti a giorno natale di Cristo, del san Nicola che si festeggiava il 6 dicembre enfatizzò la figura di dispensatore di doni, destinato poi a percorrere la sua lunga parabola verso una nuova figurazione che abita la nostra modernità, Santa Claus - Babbo Natale. A partire dal medio evo la stessa Chiesa infatti, in una naturale evoluzione della propria strategia di rimpiazzamento delle figure pagane con figure di santi, accorda al vescovo di Myra un ruolo sempre più preponderante accettando che esso giunga a rivestire i panni secolarizzati e sempre più sfumati dell’amico e benefattore di tutti i bambini, in ricordo del suo aver resuscitato i tre giovani orribilmente trucidati.

Al San Nicola santo dei fanciulli, per altro verso, si collega Saturno - figura numinosa che richiama l'episcopello,  esprimente un senex destinato ad essere “ucciso” per trasformarsi in puer e traghettare così la comunità dallo stato di caos ad un nuovo cosmos.[20]

Cosa risulta alla fine di tale rapida carrellata? Mi pare, sostanzialmente, la dimostrazione che San Nicola, al pari di pochi altri santi del pantheon cattolico (Michele Arcangelo, Giacomo, Giorgio, Giovanni Battista etc.) mostri - ancorché nella gran parte dei casi in modo ormai criptico - nella variegata fenomenologia delle sue declinazioni mitiche, rituali, devozionali, tutta la ricchezza delle storiche stratificazioni che lo hanno visto modulare la propria icona agiografica offrendo di volta in volta nuovo corpo a figure più arcaiche caratterizzate da funzioni analoghe.

Se la santità, come sostiene Jean-Michel Sallmann[21], consiste nel mantenere l’equilibrio della comunità contro ogni fattore interno o esterno che rischi di turbarla o scardinarla, è probabile che a tale precipuo ruolo San Nicola sia venuto affiancandone, nel corso dell’ultimo millennio, numerosi altri, la cui esplicitazione è destinata a travalicare di gran lunga la pur complessa ed articolata storia della pietà cristiana.

              

 

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Tortorelli R., Le fonti agiografiche su santa Marina di Antiochia e san Nicola di Myra e il culto dei due santi nel mezzogiorno d’Italia, in “Spolia. Journal of medieval studies”, rivista telematica sorta per iniziativa di un gruppo di studiosi all'interno dell’Università degli Studi di Roma " La Sapienza " (http://www.spolia.it/)

 

Toschi P., Le origini del teatro italiano, Torino, Einaudi, 1955

 

Uccello A., Pani e dolci di Sicilia, Palermo, Sellerio, 1976

 



[1] Sulla vita di San Nicola cfr. A. Beatillo, Historia della vita, miracoli, traslazione e gloria dell’illustrissimo confessor di Cristo San Nicolò il Magno Arcivescovo di Mira e Patrono della Città di Bari, in Napoli, nella Stamperia de gli Heredi di Tarquinio Longo, 1620; Jacopo Da Varazze, Legenda Aurea, Torino, Einaudi, 1995, pp. 26-33; Bibliotheca Sanctorum, Roma, Pontificia Università Lateranense, 1967, vol. IX s.v. “Nicola”, pp. 924-927 (N. Del Re).

[2] Sui culti millenaristici della Melanesia, molti dei quali incentrati sull’attesa dell’arrivo di navi cariche di grano, si cfr. P. Worsley, La tromba suonerà. I culti millenaristici della Melanesia, Torino, Einaudi, 1961. Vedi anche V. Lanternari, Movimenti Religiosi di libertà e di salvezza dei popoli oppressi, Milano, Feltrinelli, 1960. In ambito locale, si può tenere presente la leggenda di fondazione che sta alla base del Vascelluzzo, condotto in processione a Messina per il Corpus Domini; cfr. G. Fiorentino, S. Todesco, In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, Messina, Skriba, 2003, pp. 50-51 e 170-173.

[3] Legenda Aurea, cit., pp. 28-29.

[4] Sulle reliquie e la trafugazione dei resti dei santi si vedano le considerazioni svolte da André Vauchez nel suo saggio Il Santo (in part. al par. “Un morto d’eccezione”), presente in Le Goff J. (a cura di), L’uomo medievale, Bari, Editori Laterza, 1993. Sulle reliquie in genere è utile la consultazione della voce “reliquie” redatta da Alfonso M. Di Nola per l’Enciclopedia delle Religioni, vol. V, Firenze, Vallecchi, 1973, pp. 309-314.

[5] Sulla ruolo assunto dai santi in Sicilia quali sostituti della divinità esiste una lunga tradizione. Ciò non è difficile da comprendere laddove si rifletta sugli orizzonti culturali di un’isola nella quale, durante la dominazione spagnola, era in voga il detto: “Chiussai di lu Re poti lu Vicerè” (più del Re conta il Vicerè), a dimostrazione di come in ambito popolare sia sempre stata avvertita l’esigenza di mediare – attraverso forme di alleanza con realtà più contigue – il proprio rapporto col potere (e ciò vale per ogni dimensione, dai santi alla mafia). Cfr. le acute osservazioni di Leonardo Sciascia nel saggio introduttivo a L. Sciascia, Feste religiose in Sicilia. Fotografie di Fernando Scianna, Bari, Leonardo da Vinci, 1965. Sulla santità esiste una vastissima letteratura storico-antropologica. In questa sede mi limito a menzionare S. Boesch Gajano (a cura di), Agiografia altomedioevale, Bologna, Il Mulino, 1976; Id. (a cura di), Culto dei Santi, istituzioni e classi sociali in età preindustriale, L’Aquila, Japadre, 1984; Id., La santità, Bari, Laterza, 1999.; P. Brown, Il culto dei Santi: l’origine e la diffusione di una nuova religiosità, Torino, Einaudi, 1983; G. Galasso, L’altra Europa. Per un’antropologia del Mezzogiorno d’Italia, Milano, Mondadori, 1986; J.-M. Sallman, Il santo e le rappresentazioni della santità. Problemi di metodo, in C. Ginzburg (a cura di ),  Religioni delle classi popolari . Edizione speciale di  Quaderni storici”, 41 (mag.- ago. 1979).

 

[6] Tra le fonti ortodosse di San Nicola occorre menzionare Eustrazio, un presbitero di Costantinopoli della metà del VI secolo, in un frammento sulla biografia del Santo intitolato “Praxis de Stratelatis”; nell’VIII secolo il nome di S. Nicola è presente in un Passionario romano e tra il 700 ed il 710 Michele Archimandrita scrisse una vita del Santo di carattere agiografico. Altre fonti sono l’Encomio di Andrea da Creta (660-720) nel quale si riportano quasi tutti gli episodi della vita di S.Nicola, e le Odi attribuite a S. Giovanni Damasceno ( 675-749 ). Una fonte ulteriore è l’Encomio di Metodio di Siracusa, divenuto poi Patriarca di Costantinopoli (789-847) scritto probabilmente a Roma intorno all’anno 820. Cfr. M.T. Bruno, S. Nicola nelle fonti narrative greche, Biblioteca del Centro Studi Nicolaiani, Levante Editori, 1985.

 

[7] Sull’ideologia tripartita cfr. H. Usener, Triade. Saggio di numerologia mitologica, Napoli, Guida Editori, 1993; G. Dumézil, L’ideologia tripartita degli indoeuropei, Rimini, Il Cerchio, 2003.

 

[8]  A San Nicola (o San Nicolò) dei Greci sono intitolate nel Meridione numerose chiese di rito greco-bizantino, da quella di Palermo, risalente al 1143, Concattedrale dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, alla chiesa rupestre materana alle chiese omonime di Bari, Brindisi, Lecce, Avellino. La stessa Parrocchia Greco-Ortodossa di San Nicola presso la chiesa Evangelica Valdese a Messina testimonia di tale legame.

[9] Cfr. A. Uccello, Pani e dolci di Sicilia, Palermo, Sellerio, 1976. Analoga funzione svolgono a San Marco d’Alunzio i dolci chiamati “cuddhuri”, benedetti durante la messa vespertina del 29 luglio, inizio del ciclo festivo dedicato ai Santi Marco, Nicola e Basilio; cfr. Parrocchia San Nicolò di Bari, Ti siano gradite le parole della mia bocca. Compendio di preghiere e devozioni del popolo aluntino, San Marco d’Alunzio, 2003. Sui panuzzi cfr. pure Pitrè, Studi di leggende popolari in Sicilia, Torino, Clausen, 1904, p. 97.

 

[10] Il tema delle navi misteriose cariche di grano giunte a sfamare una popolazione sfinita dalla carestia appare come orizzonte culturale anche in una tradizione connessa al culto di Santa Lucia, e ne motiva ritualmente il tabu relativo all’assunzione di pane nel giorno a lei dedicato (13 dicembre).  

[11] Sulla manna e tutte le “essudazioni” sacre cfr. il classico studio di Piero  Camporesi  La carne impassibile, Milano, Il Saggiatore, 1983. Sulle bottiglie della manna esiste un catalogo ragionato di Giovanni Conte, Tipologia e varietà dei vetri della manna di S. Nicola, Galatina, Congedo Editore, 1976.

[12] Cfr. G. Forzano, Gioiosa Guardia e Gioiosa Marea (1887), e G. Gaetani, Gioiosa nelle sue origini e nella sua evoluzione storica (1929), citati da Salvatore Natoli, Le origini e la storia di Gioiosa Guardia, in Ass. Tur. Pro Loco Ficarrese (a cura di), Storia dei Nebrodi - 3 (Atti del Convegno di studi), Brolo, Armenio Editore, 1995.

[13] Sulla festa del Convito si veda F. Giallombardo, La tavola l’altare la strada. Scenari del cibo in Sicilia, Palermo, Sellerio, 2003, pp. 48-50. Si cfr. pure G. Fiorentino, S. Todesco, In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, cit., pp. 56-58 e 190-193.

[14] Su Colapesce si veda l’ampio studio di  Giuseppe  Pitrè contenuto in Id., Studi di leggende popolari in Sicilia, cit.; si cfr. anche S. Todesco, Federico II nella percezione popolare. La leggenda di Colapesce e lo Stretto di Messina, in “Città e Territorio”, 3-4 (mag.-ago. 1995) e G. Cavarra, La leggenda di Colapesce, Messina, Intilla Editore, 1998.

[15] Cfr. G. G. Fiorentino, S. Todesco, In forma di festa, cit. Per le feste del fuoco in Sicilia si vedano L. Lombardo, La signoria del fuoco. Fuochi e feste popolari in Sicilia, Palermo, Lombardi Editore, 2002 e I. E. Buttitta, Le fiamme dei santi. Usi rituali del fuoco nelle feste siciliane, Roma, Meltemi, 1999; cfr. pure, di quest’ultimo, Fuochi di Natale. Luminari e zucchi, in “Il Pitrè”, a. II, n. 7, Palermo, ottobre-dicembre 2001, pp. 26-32.

 

IL GRANO E LA MANNA. MITOLOGIE DI SAN NICOLA DI BARI IN SICILIA

[16] Sul culto di San Nicola a Ganzirri si veda M. Bolognari, Pescatori e cocciolari di Ganzirri fra ecosistema e cultura, in “ La Ricerca Folklorica. Contributi allo studio della cultura delle classi popolari”, n. 21, aprile 1990, pp. 57-60. Anche in altri contesti territoriali San Nicola ha svolto un’analoga funzione di mediazione tra realtà socio-economiche diverse. Per il rapporto mare-campagna si cfr. ad es. la descrizione del percorso processionale tardo settecentesco nel nuovo sito dei gioiosani riportata da S. Natoli, Le origini e la storia di Gioiosa Guardia, cit.

[17] Su Hallowe’en cfr. Jack Santino (ed.), Halloween and Other Festivals of Death and Life, University of Tennessee Press, 1994. Sul Mundus si veda L. Nanti, Il culto dei morti nella Roma antichissima, in “Studi Italiani di Filologia Classica”, Firenze, 1929. Sui Saturnalia cfr. M. Riemschneider, Saturnalia in “Conoscenza religiosa”, n. 4, 1981 e n. 1-2, 1982. Si cfr. inoltre K. Kerényi, La religione antica nelle sue linee fondamentali, Roma, Astrolabio, 1951; G. Graneris, Grecia e Roma nella storia delle religioni, Roma, Città Nuova Editrice, 1970; G. Dumézil, La religione romana arcaica, Milano, Rizzoli, 1977. In una densa voce dedicata alla religione romana (cfr. v. Romana, Religione, in Enciclopedia delle Religioni, V, Firenze, Vallecchi, 1973, coll. 447-580) Alfonso M. Di Nola annota che ”la grande festa dei Saturnali ha tutti i caratteri, ben noti in molti ambiti di cultura storica e primitiva, di distruzione del tempo passato e di inaugurazione del tempo nuovo (‘festa di capodanno’), con la concorrenza di molti elementi tipici (riti purificatori, cerimonie apotropaiche per allontanare il male passato e futuro, sospensione della normalità legale e sociale, orgia collettiva ecc.)”.

[18] Michail Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, Torino, 1979; cfr. pure Paolo Toschi, Le origini del teatro italiano, Boringhieri, Torino, 1979, pp.85-87.

[19] Si veda Constitutiones Sinodales edite a Reverendissimo domino Don Arnaldo Albertino Iuris utriusque Doctore, Episcupo pactensi In synodo Episcopali celebrata apud Ecclesiam pactensem in mense Septembris 1537 … Et postea Innovate Pluribus necessariis additis pridie K(a)lendas Augusti. MDXXXXII Indictione XV apud dictam Ecclesiam. Cfr. pure C. Corrain e P.L. Zampini, Documenti etnografici e folkloristici nei sinodi diocesani italiani, Bologna, Forni, 1970 (rist. anast.).

[20] Sui collegamenti Saturnali-San Nicola-Babbo Natale si veda C. Lévi-Strauss, Babbo Natale suppliziato, in Id., Razza e storia e altri studi di antropologia, Torino, Einaudi, 1967; dello studio, risalente al 1952, esiste un’edizione più recente (C. Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato, Palermo, Sellerio, 1995, con un’introduzione di A. Buttitta).

[21] J.-M. Sallman, Il santo e le rappresentazioni della santità. Problemi di metodo, cit.